Abitare l'inabituale

in
di: 
Paul Virilio
1 Ottobre 2008

Costruzione disusata, cantiere abbandonato, nessun culto moderno avvolge questi monumenti in attesa di una demolizione probabile, che dunque non sono rovine, ma costruzioni in corso di “incompimento” .
Come i ferri in attesa della colata di cemento armato, ognuno di loro si apre sul cielo. Né chiusi, né coperti, più che il talento dell’architetto, i loro muri ricalcano la gestualità di chi li ha costruiti.
Per una singolare mancanza d’attenzione, li ignoriamo, come fossero indegni di interesse. Monumenti negativi del pensiero architettonico, essi si apparentano, insieme ai monumenti positivi della storia, alla conservazione patrimoniale delle rovine di guerra, delle vittorie e delle sconfitte di un passato lontano.
Indipendentemente dal loro funesto destino, qui il buon esito architettonico non viene chiamato in causa. Anche se nel loro caso si può ancora parlare di “stile”, si tratta solamente dello stile della mera tecnica, del loro incompimento.
Domani, o dopodomani, potremo immaginare un inventario “archeologico” dei monumenti dell’incompimento? L’inventario della vertigine dei cantieri abbandonati, e allo stesso modo la classificazione di questa inoperosità, in nome del patrimonio storico dell’umanità?
Lontani da un INFERNO delle rovine quale quelli di Auschwitz o di Hiroshima, non si tratterebbe qui di una sorta di PURGATORIO dell’architettura, in attesa del PARADISO del “valore architettonico”?... Perché no? Dopo tutto, lo schizzo pittorico nei musei o l’abbozzo musicale, dei concerti o delle sinfonie incompiute, ha da tempo diritto di cittadinanza!

Conservatorio, più che le arti e i mestieri, questo “museo dell’abbandono” rappresenterebbe il disastro simbolico della costruzione – della più celebre fra loro, la TORRE DI BABELE, o più banalmente, il deposito disabitato da una politica di distribuzione che privilegia ormai i flussi estesi del trasporto delle merci, a detrimento del loro stoccaggio, il CONTAINER che si appresta per parte sua a rimpiazzare l’hangar, il grande emporio della piazza del mercato o del silos di cereali che tanto hanno ispirato gli architetti seguaci delle “megastrutture”.

“Infrastrutture” , come si suole dire, oppure “monumenti del pericolo” della disoccupazione strutturale dell’arte del costruire, nessuno può saperlo…
In attesa di un futuro più costruttivo che distruttivo, si tratterebbe insomma di negarsi alla disattenzione, all’indifferenza, ai tentativi infruttuosi, per attendere l’inatteso e tentare domani, di abitare l’inabituale.

Pasqua 2008